giovedì 31 gennaio 2013

Giacomo Leopardi: un poeta emo...zionante


Ognuno di noi ha una nemesi: Superman e la kriptonite, Topolino e Gambadilegno, Luca Giurato e la grammatica, mio nonno e la risintonizzazione del digitale terrestre… La mia di nemesi si presenta un paio di volte all’anno sotto forma di telefonata stile The Ring, solo che purtroppo dall’altra parte non c’è Samara Morgan che mi dà sette giorni di vita, ma mi invitano alla rimpatriata con i compagni di scuola.

Premetto che non ho niente contro di loro, anzi. È che in certe situazioni non so proprio come comportarmi. Il fatto è che i miei ex-compagni di scuola hanno preso strade più pragmatiche della mia: c’è chi fa l’avvocato, chi l’ingegnere, chi il medico, il professionista… tutti rigorosamente precari a tempo determinato, beninteso, ma almeno sono sollevati dall’incombenza di litigare a fine mese con le madri dei ragazzi per farsi pagare le ripetizioni. Insomma, l’unico che è rimasto fedele a sé stesso sono io (che è un modo elegante per dire che la mia situazione a trent’anni è identica a quando ne avevo sedici).
Per evitare quelle tre/quattro ore di agonia sociale, la soluzione più logica sarebbe quella di declinare gentilmente l’invito e passare la serata a dondolarsi sul divano in posizione fetale ripetendo all’infinito il mantra: «anch’io ce la posso fare, anch’io ce la posso fare, anch’io ce la posso fare…».
Sfortunatamente però alla fine prevale l’innato masochismo, tipico di chi si iscrive a una facoltà umanistica, e perciò si decide di andare. Per darti un contegno abbandoni a malincuore la tua comoda felpa post-adolescenziale e le scarpe da ginnastica e metti una camicia, evento talmente raro che tuo padre corre a prendere la telecamera, mentre tua madre chiama tutti i parenti per sapere se è morto qualcuno.

E così, mentre ti allontani fra i singhiozzi di tuo padre che urla: «Questo, è mio figlio!», raggiungi il luogo dell’appuntamento. Solitamente è una pizzeria di periferia che normalmente farebbe ribrezzo anche ai frequentatori dei peggiori bar di Caracas, ma diventata clamorosamente cool da un giorno all’altro perché il proprietario ha avuto un’illuminazione: piazzare all’esterno uno di quei funghi caloriferi che fanno tanto Milano-Vende-Moda.
Per metà della serata stai in piedi con un bicchiere in mano e con un sorriso sulle labbra che all’esterno purtroppo viene interpretato come una paresi, maledicendo il giorno che non sei diventato astrofisico come il tuo compagno di banco, che ora lavora alla NASA. Quando all’improvviso qualcuno si avvicina e ti chiede: «Allora, di cosa ti occupi di bello?».


A questo punto hai solo due opzioni:

  • Dire la cruda verità, attirando la compassione di tutti i presenti e spingendo qualcuno, mosso a pietà, a darti di nascosto un sacchetto con gli avanzi, a fine serata
  • Inventare delle balle talmente inverosimili che a confronto Spielberg è lo sceneggiatore dell’Albero Azzurro

Generalmente si procede con l’opzione 2. Per cui ostenti improbabili collaborazioni con una rivista di critica letteraria.
«Ah, e come si chiama?»
«La Sineddoche», rispondi prontamente, mentre ti chiedi com’è che ti è venuto in mente un nome così idiota.


E così, mentre tutti parlano del futuro radioso che li aspetta, dei contratti a tempo indeterminato (che per i laureati in Lettere equivalgono non solo a trovare l’Arca dell’Alleanza, ma scoprire che dentro c’è pure il Santo Graal); a un certo punto il tuo cervello disattiva lo screen-saver perché qualcuno ha parlato di letteratura.
Ora, la mia maledizione è essere circondato da persone informatissime sulla letteratura contemporanea: vi sanno dire vita morte e miracoli di Dan Brown; perché, già che c’era, la Yoshimoto ha scelto come pseudonimo Banana e non Kaki; come mai i numeri di Paolo Giordano si sentano così soli. Purtroppo però a questa profonda erudizione si accompagna una solida e ferma convinzione: la letteratura italiana non ha prodotto nulla da Italo Svevo a Tiziano Terzani.

E qui finalmente venite coinvolti in una discussione, che inizia con questa frase:
«Ma chiedilo a lui, che è laureato in Lettere!».

Frase che mi costringe a parlarvi dello IUSP, l’Indice di Utilità Sociale Percepita (non lo googlate, tanto me lo sono inventato io, in anni di rimpatriate).
Lo IUSP indica, in una scala da 1 a 10, come la società considera l’utilità di certi soggetti, facciamo un esempio:

Domanda: «Ingegnere?»
Società: «9»
D: «Architetto?»
S: «8»
D: «Idraulico?»
S: «10»
D: «Fisico?»
S: «4»
D: «Ma senza di loro non ci sarebbero i telefonini»
S: «Allora 15»


Ecco, in questa scala i laureati in materie umanistiche hanno voto 3, cioè per consultarvi non si devono scomodare a prendere il dizionario in libreria, ma comunque siete meno utili di Wikipedia (ma solo per le pagine di storia e letteratura, ovviamente).

È proprio a questo punto che qualcuno se ne esce con una frase del tipo:
«Oh, io non ne capisco niente, mi ricordo solo che Leopardi era un depresso del …».
La reazione seguente del letterato dipende dal suo temperamento:


  •  Attivo: attacca con una filippica in cui se la prende con tutti i ministri dell’Istruzione dall’Unità d’Italia fino a ieri, con il governo, con gli americani, le scie chimiche, la tv spazzatura, i parcheggiatori abusivi, gli autovelox sulle statali…
  • Passivo/Passivo: sorride bonariamente, ma nel frattempo gli è venuta un’ulcera gastro-duodenale e comincia a sanguinare dal naso, dissimulando con un «Eh, mi succede sempre»
  • Passivo/Attivo: sorride bonariamente, ma appena uscito si sfoga dando calci ai bidoni della spazzatura e picchiando moglie e figli appena rientra a casa

Vi starete chiedendo dove sia quello che discute pacatamente, facendo capire le sue ragioni. Semplicemente NON ESISTE.

Ma vediamo perché Leopardi non era un depresso, almeno non nel senso più stretto del termine.
Il conte Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, ridente cittadina delle Marche famosa anche per… no vabbè è famosa solo per Leopardi. 
Il giovane Leopardi cresce nella famiglia che tutti i bambini desiderano: un padre autoritario e reazionario che arriva quasi a frustare i contadini che lavorano per lui, una mamma affettuosa e comprensiva come la signorina Rottermeier di Heidi e che gli ripete in continuazione: «Giacomo, non mettere i gomiti sul tavolo», «Giacomo, tieni la schiena dritta sennò diventi gobbo», «Giacomo, non avvicinarti troppo a Silvia ché ha sempre la tosse e ti becchi qualcosa».
Roba che a confronto Alcatraz sembra un villaggio Alpitour.

Essendo i suoi genitori persone attente e sensibili, notano che il piccolo Giacomo fa fatica a relazionarsi con gli altri e perciò invece di mandarlo a scuola, in un collegio, al campeggio estivo, insomma in un posto qualsiasi pur di farlo socializzare, decidono di educarlo in casa, stando bene attenti ad evitargli qualsiasi contatto umano. E mica chiamano SOS Tata, no, loro si affidano a due gesuiti che al posto di fargli fare una paginetta di A, le tabelline o la fotosintesi clorofilliana, lo caricano come un cammello beduino di libri sulla teologia, latino e filosofia.

In ogni caso Giacomino inaspettatamente non chiama il Telefono Azzurro e a quattordici anni ha già assorbito come una spugna tutti gli insegnamenti dei suoi precettori. Tiè. Così nel 1812 dice ai genitori:
«Vado un attimo in biblioteca, se mi cercate sono là».
Uscirà sette anni dopo.
Il periodo di studio matto e disperatissimo normalmente fa cadere le braccia (e sto usando una metafora) allo studente medio di qualsiasi ordine e grado, che si domanda:
«Ma com’è possibile che questo in sette anni impara, tra l’altro, da solo l’ebraico, il sanscrito e il francese e io che spendo duemilatrecento euro all’anno in tasse scolastiche faccio ancora fatica con la tabellina del nove?».
La risposta è semplice: innanzitutto stiamo parlando di Leopardi, non è che a scuola ti fanno studiare il primo fesso che impara francese da solo; ma soprattutto bisogna considerare l’epoca. Leopardi non usciva mai di casa, non aveva non dico la radio, ma nemmeno il grammofono; televisione nisba, internet manco a parlarne, Playstation e Xbox nada. Insomma, passate quelle sette/otto ore a guardare dalla finestra Teresa (che avrebbe avuto tutto il diritto di denunciarlo come stalker, non fa niente che le ha dedicato A Silvia), doveva vedere come passare il tempo.
Altro che partite a Halo 6.


Nonostante il suo isolamento però Leopardi comincia ad imporsi nel panorama intellettuale e a diciotto anni, invece di prendere il foglio rosa, scrive un’accalorata lettera contro il Romanticismo indirizzata a Madame de Staël che, contrariamente a quanto possa suggerire il nome, non era un’attrice a luci rosse.
Il fatto che la sua lettera venga pubblicata non è un dato da dare per scontato: non è che la baronessa sapesse che quello poi diventerà Leopardi, e poi bisogna considerare che vivere a Recanati nell’Ottocento e immettersi nel dibattito intellettuale sul Romanticismo, è come se oggi un biologo dello Zimbawe volesse dire la sua sulle cellule staminali… e lo ascoltassero anche.


Incoraggiato da questi eventi finalmente Leopardi decide di lasciare casa per compiere il suo destino, ma la fuga viene sventata dal padre, a cui mancavano solo le piantagioni di cotone per iscriversi all’albo ufficiale degli schiavisti.
Adesso, se vi siete commossi con i film che colano melassa dal televisore stile Step Up, in cui la gatta morta di turno non può seguire il suo sogno di entrare nella scuola di Amici di Maria De Filippi perché vive in una cittadina a venti chilometri dalla grande città, circondata da familiari affettuosi; figuratevi come si doveva sentire Leopardi che era malato, sapeva di essere un genio, ma stava a trecento chilometri dalla città più vicina, per di più con una famiglia accogliente come un freezer d’inverno.

Non c’è quindi da stupirsi se Giacomo a questo punto sviluppa una sua personale visione della vita che oggi si definirebbe orrendamente con la parola emo. In realtà però Leopardi non è affatto emo (se lo dite di nuovo vi troverò, mi introdurrò a casa vostra nottetempo e vi mangerò il cuore ancora palpitante. Lo giuro), per avallare la mia tesi vi propongo un piccolo schema:



E con questo credo di aver fugato ogni dubbio.

Finalmente però ottiene il permesso di recarsi a Roma, ma dato che la città che si era immaginato era quella che aveva studiato sui libri, rimane oltremodo deluso dal clero corrotto, dalla classe politica inetta, dall’enorme numero di prostitute e cortigiane. Giusto per capirci: è come se mancaste dall’Italia da vent’anni e in tutto questo tempo siate riusciti a vedere solo il Tg4: è naturale che l’impatto con la realtà non può che essere catastrofico.
Una volta sciolte le briglie, già che c’era, Leopardi comincia un lungo tour per l’Italia e conosce gente come Niccolò Tommaseo e Alessandro Manzoni. Mica cotica.
Ovviamente adesso non è che mi metto a tirarla per le lunghe con la vita di Leopardi, né tantomeno ho intenzione di analizzare L’Infinito, operazione che presenta due inconvenienti: provocare attacchi violenti di narcolessia e attirare battute di dubbio gusto.

Ciò che mi preme piuttosto è parlare della Canzone leopardiana.
Qualsiasi studente nota con vivo disappunto che la maggior parte delle canzoni di Leopardi non presentano uno straccio di rima o schema metrico, il che fa di solito esclamare: «Eh, ma così sono bravi tutti!».
Vi confesso che l’ho pensato anch’io (e anche se non lo dite, so che lo avete pensato anche voi), ma Leopardi è come Picasso (non intendevo alcolizzato e pieno di donne): è un grande artista che avrebbe potuto raggiungere le vette seguendo metodi canonici, magari scrivere un indigestibile poema di quattromilanovecentosessantasei esametri dattilici, ma invece ha voluto sviluppare un suo stile, dare forse più spazio ai contenuti che alla formalità, non per niente era anche un filosofo.
E tutto sommato forse non lo considereremmo nemmeno tanto “piagnone” se a scuola ci facessero studiare un pochino anche le Operette morali.

MESSAGGIO PER I MIEI EX-COMPAGNI DI SCUOLA:

Dai stavo scherzando, non è che non mi invitate più? 

venerdì 18 gennaio 2013

Inferno canto V - Paolo e Francesca: "Cielo, mio marito!"


Se c’è una cosa che non sopporto degli scrittori è che si ostinino a morire. No, non sono uno di quelli che pensa ai meravigliosi capolavori che i poeti antichi potevano ancora regalarci, del resto se Paul McCartney si esibito con Lady Gaga, non voglio nemmeno pensare cosa avrebbe potuto combinare Foscolo oggi (che so, una cosa tipo Scusa ma ti chiamo Ortis). È che proprio, come avrebbe detto Pasolini, non mi va l’idea che uno non possa difendersi. 

Mi spiego: di tanto in tanto nella mia casella mail, oltre alle pizze illimitate che Groupon mi istiga a mangiare, capitano dei messaggi di forum letterari, a cui mi sono iscritto quando ero ancora giovane e idealista, convinto che potessi tirare a campare con la cultura (non è il caso di farmi la predica, lo so che era meglio se andavo a drogarmi come tutti quelli della mia età). Ebbene, un giorno mi capita di leggere che il “celebre scrittore XXX”, alla sua opera prima, ha deciso di «rileggere in chiave moderna un classico della letteratura italiana…».



Al che mi sono sorti alcuni dubbi:
  • Se lo scrittore XXX (la mia coscienza critica mi impedisce di dirvi il nome) è al suo primo libro, come fa a essere celebre? Cos’è che ha fatto per rendersi popolare, rubava gli stereo dalle macchine nel quartiere?
  • Visto che sei alla tua opera prima, potevi farlo uno sforzo piccolino e cercare di scrivere una storia tua, senza far rivoltare nella tomba uno che è morto da cinquecento anni, o no?

Facciamo un esempio: voglio scrivere Il nome della rosa in chiave moderna, le alternative sono due: mi metto in contatto con l’autore che mi dà l’autorizzazione o meno; oppure copio spudoratamente la trama, costringendo l'ottimo Umberto Eco non solo a denunciarmi per plagio, ma anche a presentarsi sotto casa mia per prendermi a badilate sugli incisivi. E non avrebbe tutti i torti.



Come avrete capito ho un’antipatia per le riletture in chiave moderna, non per un fatto intellettualoide, ma per il troppo bene che voglio alle opere e agli scrittori (come specie biologica, intendo).

Alcune opere sono belle e verosimili proprio perché sono ambientate in una certa epoca. Hai voglia a dire che Romeo + Giulietta con Leonardo di Caprio è un film che riprende l’atmosfera shakespeariana, le cose oggi sarebbero andate molto diversamente. Eccome.

Giulietta (che, ricordiamo, ha tredici anni) avrebbe scritto su Facebook:

Romeo e’ trp fik xo' e’ 1 kOlLa ciOe’ sTà smp adDosso xcio’ lo pisciato



Che tradotto, pressappoco significa: 



Romeo è sì un gran bel ragazzo, ma ahimè è troppo legato a me medesima, per cui mio malgrado ho dovuto interrompere la relazione con lui, lasciandolo al suo destino

E buonanotte al Bardo.

Adesso pensate alle conseguenze disastrose che un’operazione del genere potrebbe avere sulla Commedia di Dante Alighieri. Non sto parlando di un canto qualsiasi (Hannibal Lecter volendo è la versione moderna del conte Ugolino), ma del canto V dell’Inferno, dove il poeta incontra Paolo e Francesca.

Ma come ogni puntata di Quarto grado che si rispetti, è necessario un piccolo riepilogo:
Francesca da Polenta (e no, non era detta la “Valsugana”) viene data in sposa per motivi di interesse a Gianciotto Malatesta, da cui però non si sente attratta, il che è abbastanza strano perché:

  • Francesca ha sedici anni
  • Suo marito è zoppo
  • Sta sotto la cinquantina (e vi assicuro che nel 1200 i cinquantenni non assomigliavano a Banderas mentre prepara i biscotti per la gallina)
  • Gianciotto ha la finezza e la grazia di una gara di rutti all’Oktober Fest.

Francesca passa i giorni a leggere libri d’amore, quando gli capita a tiro il fratello del marito, Paolo, e, un po’ per per tutte quelle storie, un po’ perché nel castello effettivamente non c’è una beneamata da fare, i due cadono l’una nelle braccia dell’altro.

Il resto è cronaca nera: Gianciotto scopre di avere più corna di un bue muschiato, a cui tra l’altro assomiglia vagamente, e in un colpo solo elimina il problema dell’infedeltà e dell’eredità da dividere col fratello. 

Alla faccia di tutti gli avvocati divorzisti.


Con molta probabilità oggi la notizia finirebbe ai telegiornali, intervisterebbero il capo del RIS di Rimini, centomila perizie, gli psicologi farebbero un’analisi del povero Gianciotto che ha avuto un’infanzia difficile, a Porta a Porta farebbero vedere il plastico del castello di Gradara con tanto di schizzi di sangue sul libro galeotto, Barbara d’Urso intervisterebbe la cugina di Francesca che ha fatto un provino per il Grande Fratello, alla fine l’assassino viene rilasciato con la condizionale e ci scrive pure un bel libro in cui racconta la sua verità e da cui Canale 5 ci ricava una fiction di trentasei puntate con Gabriel Garko nel ruolo di Paolo e Cristina Capotondi in quello di Francesca.

E invece no! Nel Tredicesimo secolo Gianciotto Malatesta è un uomo potente e, approfittando dell’assenza di intercettazioni ambientali (ma sarebbe stato lo stesso anche nel XXI secolo, con le intercettazioni), mette tutto a tacere. 
Tuttavia il fattaccio non sfugge a Dante Alighieri che decide di rendere giustizia ai due sfortunati amanti immortalandoli nel V canto dell’Inferno.

Questo canto della Commedia di Dante è quello più soggetto  al conflitto di interessi. Cercherò di spiegarmi meglio: Dante è un ottimista, perciò il suo Inferno si restringe man mano che si procede verso il basso, conferendogli quella caratteristica forma a kebab che noi tutti conosciamo e apprezziamo.



  



Qui i peccati veniali vengono puniti più in alto dato che si presuppone che i peccatori violenti siano la minoranza, ma probabilmente questa è una distorsione dovuta al fatto che Dante non abbia mai letto Cronaca Vera. In pratica man mano che scende il poeta incontra “meno” peccatori, puniti più severamente.

Ora, il fatto è che Dante ha commesso peccati di lussuria nella propria vita, sia per il suo passato di poeta stilnovista, sia perché dopo la morte di Beatrice il ragazzo si è dato da fare, le rime “petrose” infatti rasentano la pornografia. 
Ebbene (se state ancora leggendo invece di cercare le rime “petrose”), chi sono i primi dannati con cui Dante parla e che quindi hanno pena più lieve? I lussuriosi, che per punizione vengono sballottati per l’eternità in una specie di uragano, al che verrebbe da dire al Sommo: «Ma come? Ai sodomiti li fai correre avanti e indietro sennò fanno la fine dei toast che vendono all’Autogrill e questi invece si fanno il giro sulle montagne russe?».
La legge del contrappasso ad personam.

Ad ogni modo, il nostro poeta appena scende nel secondo cerchio incontra Minosse, che assegna la pena ad ogni dannato, secondo un sistema che non sto qui a spiegare ma che potrebbe certamente snellire i tempi processuali in Italia. Naturalmente il giudice infernale si accorge che Dante è vivo e lo rimprovera, ma Virgilio gli dice: «vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare», che nella Commedia equivale a tirare fuori il distintivo dell’FBI come nei film americani.

Proseguendo oltre i due giungono su un dirupo da cui si vede un turbine che avvolge diverse anime e Virgilio qui comincia ad additare manco fosse alla fiera bovina: «Lì sta Semiramide, là ci sta Didone, se guardi lì ci stanno Cleopatra, Elena, Paride, affianco alla scimmia ammaestrata c’è Tristano…».
A un certo punto due anime che volano insieme come colombe, attirano l’attenzione di Dante che chiede se può parlarci (e certo che ci puoi parlare,  mica Virgilio fa l’agente di Tecnocasa che ti vuole vendere una mansarda all’Inferno). Al che i due piccioncini si avvicinano e rivelano la loro identità: Paolo e Francesca.


STOP



Adesso bisogna sfatare alcuni luoghi comuni:

  1. Francesca ha 25 anni e Paolo 39, quindi la tesi dei due giovani inesperti che si innamorano non regge. Checché ne dicano Blake e tutti i romantici
  2. Il “fedelissimo” Paolo era sposato con Orabile Beatrice di Ghiaggiolo, con cui prima di morire aveva fatto in tempo a mettere in cantiere due figli
  3. Pure Francesca aveva avuto due figli da Gianciotto
  4. Il fatto che i due al momento della strage stiano leggendo un romanzo su Lancillotto e Ginevra non è «un chiaro indizio che Dante era un templare» (mi è capitato di sentire anche questa). Se leggo un libro di cucina, mica dimostro chiaramente di essere Antonella Clerici. O almeno spero



Evidentemente non avete bisogno dell’ennesima pallosissima parafrasi del canto, anche perché parafrasare Inferno V è un’esperienza entusiasmante come girare il mondo. Ma con Google Maps.

Tuttavia voglio porre l’attenzione sul verso 90, in cui Francesca dice:


noi che tignemmo il mondo di sanguigno



Perché proprio questo verso? Semplicemente per vendicarmi di tutti i professori di letteratura che ho avuto dai cinque anni, fino all’altro ieri, del resto il blog è mio e me lo gestisco io (non so se vi avevo detto che sono un femminista).

Comunque, dicevo, a scuola ci insegnano che sanguigno è riferito al fatto che i dannati abbiano macchiato il mondo con il loro sangue o con quello di altri. 
Adesso, alla faccia di tutti i commentatori plurilaureati che hanno buttato il sangue e gli anni più belli della loro vita in ricerche su manoscritti vecchi e ammuffiti, credo che il verso sia stato mal interpretato. Non voglio fare il fenomeno, ma essendo nell’animo una vecchia zitella inglese di epoca vittoriana, tendo ad interpretare le parole di Francesca in questo senso:


noi che tignemmo il mondo di sanguigno (per il nostro peccato)



Voglio dire che la ragazza parla in senso figurato: è stato il fatto di aver commesso il peccato stesso di lussuria a tingere il mondo di sangue, cioè a renderlo più cattivo, e non perché è stato effettivamente versato del sangue a causa del peccato (lo so che non mi sono spiegato bene, ma ho riscritto questa parte trenta volte e questa è la versione migliore).


Qual è dunque la morale della storia di Paolo e Francesca, ammesso che ve ne sia una?

Innanzitutto bisogna notare che in tutto il canto Paolo non apre mai bocca, dimostrando che le dinamiche  in un rapporto uomo-donna, quando si tratta di raccontare una versione dei fatti, sono rimaste pressoché invariate nel corso dei secoli.

Soprattutto però il canto V di Inferno ci insegna che per quanto le tecniche investigative siano all’avanguardia, per quanto gli studi sociologici possano aiutare a capire certi fenomeni, alla fine una poesia può rendere giustizia più di diecimila plastici in seconda serata.


E se proprio devo finire all’inferno, speriamo che nel mio kebab non ci mettano la cipolla.

martedì 8 gennaio 2013

Gabriele D'Annunzio: la costola con il poeta intorno


Parliamoci chiaro, gli stereotipi ci aiutano a vivere meglio. Quando per esempio rispondo a un’offerta di lavoro e dico che sono meridionale, dall’altro capo del telefono seguono cinque secondi di imbarazzante silenzio in cui il mio interlocutore mi immagina: o in sette su un motorino, o vestito da Pulcinella che suono il mandolino. E l’unica cosa che gli viene in mente di chiedermi non è tanto come mi pongo nei confronti del metodo filologico di Bédier, ma piuttosto come mai la pizza della moglie non viene così morbida come quella che ha assaggiato l’unica volta che è sceso più a sud di Frosinone, nel ’76.

Allo stesso modo quando si parla di poeti la nostra mente tende a concepire solo due opzioni:

          
           A - Il poeta trionfante: alloro, mantello, penna d’oca, insomma tutto il kit canonico
          B - Il poeta maledetto: quello sofferente, più pesante di un kebab a colazione, più triste di un’intervista a Briatore

In realtà esiste un altro tipo di poeta: il gaudente.  Questo è il tipo di poeta che non segue tanto una vocazione, quanto una riluttanza: al lavoro. Stiamo parlando del genere di persona che proprio non se la sente di andare a lavorare, ma del resto è troppo intellettuale per scippare le vecchiette appena uscite dalla posta. Tutto ciò non significa che il gaudente non sia un bravo poeta, tutt’altro: la sua idiosincrasia per il lavoro lo costringe ad applicarsi talmente tanto nell’arte poetica da diventare un autentico genio.

La figura del poeta gaudente è nata a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, ma siamo stati sfortunati. Immaginiamo un’ipotetica partita Italia-Inghilterra: noi nel Trecento-Quattrocento passiamo in vantaggio con il tridente Dante-Petrarca-Boccaccio, gli inglesi rispondono con Chaucer. Nel Cinquecento-Seicento mettiamo in campo la coppia Tasso-Ariosto, ma gli avversari se la cavano bene con Shakespeare. Nell’Ottocento cominciamo a mostrare i primi segni di stanchezza: entra in campo D’Annunzio, ma gli inglesi schierano Oscar Wilde. Senza contare che il futurismo russo vede gente come Majakovskij, mentre a noi tocca Marinetti (Zang Tumb Tumb… avete presente, no?)

Come avrete capito l’esempio di gaudente nella letteratura italiana è Gabriele D’Annunzio, il poeta più misogino, reazionario, guerrafondaio che l’italico ingegno abbia mai prodotto (e ho elencato solo gli aspetti positivi!). Perché quindi dobbiamo leggere e studiare D’Annunzio? Per il semplice motivo che (al di là delle opinioni personali del sottoscritto) è un grande poeta, esponente principale del Decadentismo italiano, nonché fonte inesauribile di leggende metropolitane.
Quando durante l’anno scolastico infatti si arriva al momento fatidico in cui la prof spiega il Vate, un’inquietudine serpeggia fra i banchi, un lieve sibilo indistinto di cui si riesce ad afferrare un solo vocabolo di tre sillabe: co-sto-le

Per chi non lo sapesse (o per meglio dire, per chi facesse finta di non saperlo) la leggenda narra che D’Annunzio si sia fatto togliere due costole per “autoconoscersi biblicamente”.
Come si propaghi la diceria in una classe rimane uno di quei misteri che neanche Giacobbo si azzarderebbe ad indagare. Normalmente a metterla in giro è il genere di studente figlio unico, irrequieto, di quelli che anche la Montessori non avrebbe esitato ad educare a colpi di frecce al bromuro, come i rinoceronti africani. Questo ci porta a fare alcune considerazioni:

  •  La leggenda non è tramandata da un fratello maggiore
  • Internet non c’entra niente, circolava già ai tempi di mio nonno e non credo che sulla Treccani abbiano fatto qualche accenno alla vicenda
  • Esistono, in qualche parte dell’universo, genitori che dopo aver messo il grembiulino ai figlioletti, riposto la merendina nella cartella e sistemato il fiocco, dicono loro: «E ricordati che D’Annunzio si è fatto togliere due costole per farsi un “servizietto” da solo»

Vero o falso? Per scoprire la verità basti considerare che D’Annunzio è stato il capostipite di una lunga tradizione di personaggi ricchi e famosi che ancora oggi circuiscono delle ragazze giovani e carine che si fanno (volentieri) irretire per ottenere un po’ di pubblicità. 
Non vi ho convinto ancora? Allora facciamo un esperimento: chiudiamo gli occhi per un attimo e immaginiamo la scena - Gabriele D’Annunzio entra nello studio del chirurgo:
D’Annunzio: «Salve dottore, dovrei togliere due costole»
Chirurgo: «Accusa disturbi di sorta?»
D: «No»
C: «Ha problemi motori, respiratori?»
D: «No»
C: «E allora perché dovrei asportarle delle costole, di grazia?»
D: «Per farmi un … da solo. Sa com’è, ci sono delle sere in cui mi sento tanto, tanto solo…»

Ecco, se la scena vi sembra verosimile vi consiglio seriamente di farvi vedere da uno bravo, in caso contrario capite che si tratta di una fantasia creata da qualche studente posseduto violentemente dagli ormoni.

Veniamo dunque alla parte meno interessante di questo post: la poetica di D’Annunzio.
Onde evitare fratture multiple alla scatola cranica dovute ad improvvisi appisolamenti, in questa sede parleremo solo di due aspetti della poetica del Vate:

- La lettura di Nietzsche
- La sindrome di Oscar Giannino


Di tutta la bibliografia di Nietzsche, a Gabriele D’Annunzio la storia del Superuomo piacque da morire, tanto che partì come volontario per la Prima Guerra Mondiale, compì un volo su Vienna lanciando dei volantini propagandistici, ma soprattutto organizzò l’Impresa di Fiume. In pratica occupò la città di Fiume che al termine del primo conflitto mondiale non era stata assegnata all’Italia, il che ovviamente non ci legittima a presentarci alle riunioni di condominio con una copia di Così parlo Zarathustra avanzando pretese sugli appartamenti sfitti.

Per quanto riguarda la sindrome di Oscar Giannino, D’Annunzio avrebbe voluto vendere il ghiaccio agli eschimesi, cioè essere la guida spirituale di un popolo votato alla guerra, vale a dire l’unico campo in cui non ci siamo mai distinti granché. E per raggiungere il suo scopo il Vate intendeva spronare gli italiani con discorsi di questo tono:

Italiani d'ogni generazione e d' ogni confessione, nati dell'unica madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli;
e voi miracolo mostrato dal non cieco destino, ultimi della sacra schiera sopravviventi in terra, o forse riapparsi oggi dalla profondità della gloria per testimoniare agli immemori, agli increduli, agli indegni come veramente un giorno respirasse in bocche mortali e moltiplicasse la forza delle ossa caduche quell'anima stessa che qui gira e solleva il bronzo durevole


Un po’ ostico, no? Figuratevi quello che poteva capire una popolazione il cui tasso di analfabetismo superava l’80%. Poi si lamentava di essere incompreso…

Sia come sia, è innegabile che Gabriele D’Annunzio sia uno dei pilastri della poesia moderna. Prendiamo per esempio la Pioggia nel pineto.
Per quanto riguarda le stupende assonanze e allitterazioni che vi troviamo e che creano un effetto onomatopeico richiamando all’orecchio i suoni dello scrosciare della pioggia ecc. ecc., non perdete tempo a leggere il resto del post, per quello potete consultare qualsiasi antologia.

Personalmente voglio porre l’accento su un aspetto poco indagato:
Il poeta si trova in una pineta a Marina di Pisa, manco a dirlo, con una ragazza (ve l’avevo detto che è un gaudente). All’improvviso scoppia un temporale, dato che non hanno ancora inventato Discovery Channel, non sanno che quello è il posto peggiore dove stare e invece di correre e mettersi al riparo prima che un fulmine ponga fine alla carriera del Vate, D’Annunzio blocca la sua compagna e le dice:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane


Ecco, concentriamoci su quel Taci, che può avere due possibili interpretazioni:

1- La ragazza si sarà giustamente lamentata perché con tutta quell’acqua come minimo si poteva buscare una broncopolmonite fulminante, senza contare che sebbene non avesse visto Discovery Channel avrà intuito che c’era il rischio di fare la fine del Coyote che insegue Beep Beep
2- Ma il significato potrebbe anche essere: «Ermione, vedi di stare zitta che io sarò pure dandy quanto vuoi, ma se mi sgamano in mezzo al bosco con una che potrebbe essere mia figlia, ci faccio una figura che a confronto Fabrizio Corona sembra la Montalcini»

C’è poco da fare: D’Annunzio o lo sia ama o si nutre per lui una simpatia pari alle ingiunzioni di pagamento di Equitalia. Personaggio controverso che ambiva alla libertà intellettuale, ma allo stesso tempo non disdegnava di sponsorizzare alcuni prodotti peggio di Mastrota, bisogna riconoscere che il Vate è stato un genio indiscusso, e non solo perché come abbiamo appena visto pure quando andava in camporella lo faceva in grande stile, ma soprattutto perché ha lasciato un’impronta indelebile nella poesia italiana fin dalla raccolta Primo Vere, che pubblicò a sedici anni. E per quanto i tempi possano essere cambiati, potete mettere la mano sul fuoco che un ragazzino a sedici anni, allora come oggi, a tutto pensa fuorché alla poesia. Non so se mi spiego.

Comunque, tanto per la cronaca: il segreto della pizza è la lievitazione. Lo sanno tutti, ecchecavolo!