lunedì 25 febbraio 2013

Giovenale: ti odio, poi ti amo, poi ti odio...


Crescere a cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90 non è stato per niente semplice. Io appartengo a quella generazione di persone che ha ancora difficoltà a capire che l’adolescenza l’ha passata da un pezzo. Noi cerchiamo su Youtube le pubblicità di giocattoli e merendine degli anni Ottanta e sotto il video commentiamo: «Mamma mia, che nostalgia!». Che ti verrebbe da dire: «Nostalgia di che? Che per tutta l’infanzia ti hanno imbottito di slogan manco Arancia Meccanica, e poi basta con sta storia che stai al diciottesimo anno fuori corso al Dams!».

Ma non lo diciamo, perché siamo una generazione confusa, e non tanto per colpa dei genitori, quanto per colpa dei cartoni animati. Provate a guardare una puntata di Peppa Pig, la trama è lineare, è un capolavoro insuperato di narrativa contemporanea. Ma i cartoni con cui sono cresciuto io e i miei coetanei sono stati partoriti da menti disturbate che ci hanno fatto nascere dubbi che ancora oggi, nel cuore della notte, ci perseguitano:

· Perché la palle di Mila e Shiro e Holly e Benji quando acquistano velocità prendono la tipica forma dei saltimbocca alla romana?
·  Vabbè che Superman mette gli occhiali per mantenere la sua identità segreta, ma com’è che He-Man si toglie il suo pidocchiosissimo gilet di velluto comprato dai cinesi e nessuno lo riconosce più? E se a lui basta levarsi la giacca per non essere riconosciuto, com’è che invece la sua tigre deve indossare una maschera?
·  Ma soprattutto: cosa si fumavano alla corte di Francia per non accorgersi che Lady Oscar era una donna?

Tuttavia il vero problema della mia generazione è racchiuso in sei piccolissime parole: «Ma che ne sai tu, che […]». I puntini sospensivi dipendono dal nostro interlocutore, facciamo un esempio: accennavi ad una timida lamentela perché invece delle crostatine al cioccolato a casa avevano comprato quelle merendine con la marmellata con cui di solito si tirano su i muri a secco? Nel migliore dei casi da una botola sotto il pavimento spuntava fuori tuo nonno che diceva: «Ma che ne sai tu, che [ai miei tempi c’era la guerra]». 
Noi siamo cresciuti all’ombra di due generazioni che: o avevano fatto la guerra o avevano fatto il ’68, a gente così quando ti raccontava della loro straordinaria giovinezza non potevi dirgli: «Ehmm, si però io ho messo il record di Pac-Man del quartiere». Per cui tutto quello che vogliono quelli della mia generazione è la nostra occasione per dire: «Ma che ne sai tu, che…». Il massimo sarebbe poterlo dire a mio nonno o a mio padre, ma quando succederà mi accontenterò di avvelenare l’infanzia alle generazioni successive.


Con questi presupposti capite benissimo che da noi non si può pretendere di cambiare il mondo. Noi già a ventitré anni ci chiediamo al massimo se, come e quando andremo in pensione. E ancora non abbiamo fatto un solo giorno di lavoro.
Il fatto è che la rivoluzione è una cosa da vecchi, mica da ragazzi. Non ci credete? Provate a mettervi in fila alla posta o aspettare l’autobus dietro un anziano: sentirete propositi di vendetta e di rovesciamento dell’ordine costituito che a confronto Che Guevara e il Subcomandante Marcos sembrano usciti da un meeting di Comunione e Liberazione. Il Massachusetts Institute of Technology ha recentemente calcolato che con l’energia prodotta dallo giramento di zebedei di dieci vecchietti in fila alla posta si può alimentare tranquillamente per mezza giornata una città grande come San Francisco. 
Il vecchietto in fila progetta rivoluzioni egalitarie, sogna un mondo dove non ci siano attese, propone di linciare politici, reintrodurre la ghigliottina, mettere ordigni nucleari sotto i palazzi di potere. Il vecchietto in fila è un combattente, un guerrigliero della jungla boliviana, un vietcong che striscia nei cunicoli. È più indottrinato di un soldato dell’ex Unione Sovietica, solo che invece di seguire il Libro Rosso, segue la Dottrina del Tempo Perso.


Adesso se state tirando fuori la giacca con le toppe sui gomiti perché pensate che c’entri qualcosa Proust, ve lo dico subito, rimettetela a posto. La DTP (sono troppo pigro per scriverlo per esteso) è una dottrina sanguinaria tramandata oralmente da vecchietto a vecchietto, fin dalla notte dei tempi. Tipo Assassin’s Creed, per capirci. 
I principi base di questa dottrina sono molto semplici:




    Nonostante tutto però i seguaci della DTP hanno un cuore di burro, per cui, almeno per il momento, la catastrofe termonucleare è scongiurata.

Tutto ciò farebbe pensare che in passato, in tempi molto remoti, ci sia stata un’età dell’oro in cui gli anziani in fila erano contenti, in cui non rischiavano la scomunica per le bestemmie tutte le volte che dovevano pagare una bolletta. Fortunatamente la storia e la letteratura ci rassicurano, sussurrandoci dolcemente: NO!
Il prototipo del vecchietto in fila lo troviamo nella letteratura latina: Decimo Giunio Giovenale.


Di Giovenale non sappiamo granché, nasce fra il 50 e il 60 d.C., a differenza della maggior parte degli autori latini non proviene da una famiglia benestante, infatti in tutta la letteratura latina, a parte Plauto e Terenzio, sono pochini gli esempi di scrittori che hanno iniziato facendo i panini da McDonald’s (si fa per dire), insomma, contrariamente al sogno Americano, i Romani erano convinti che per avere successo nella vita dovevi avere soldi e conoscenze giuste, il che dimostra due cose:
  • Che all’epoca l’America non era stata ancora scoperta
  • Che questa è la prova incontrovertibile che gli Italiani discendono direttamente dai Romani

Ad ogni modo Giovenale, pur non essendo un privilegiato, viene mandato a Roma da ragazzo per studiare retorica ed iniziare una brillante carriera di avvocato. Il problema però è che questa carriera tanto brillante non è, per cui entra a far parte della categoria dei clientes. Ma chi erano i clientes? Per capirlo vi devo chiedere di fare un grande sforzo di immaginazione: all’epoca con la cultura si guadagnava poco (all’epoca), per cui poeti, retori, scrittori e artisti in generale offrivano i loro servigi a signori ricchi e potenti (all’epoca). Alla fine non è che sti signori avessero realmente bisogno di tutta sta gente, solo che al tempo dei Romani non potevi comprarti, che so, tre emittenti televisive (stiamo parlando dell’epoca, eh), perciò eri costretto a portarti dietro trenta/quaranta persone che non facevano altro che ripetere quanto eri bravo, quanti eri figo, quanto eri magnanimo. Ma queste sono usanze arcaiche, difficili da capire per l’uomo moderno, che non è assolutamente abituato a queste cose.

A un certo punto Giovenale si rende conto che di questo passo difficilmente poteva comprarsi la biga decappottabile (a quel tempo era un must) e perciò a quarant’anni circa appende la toga al chiodo e si mette a scrivere satire.
In tutto il nostro poeta scrive sedici satire divise in cinque libri, i suoi modelli di riferimento sono Lucilio e Orazio. La differenza che passa fra Giovenale e Orazio è su per giù la stessa che passa fra il Bagaglino e Benigni, e non perché scrivesse male. Il fatto è che Giovenale non tende a parlare di politica e quando lo fa non tocca l’attualità per paura di incappare in qualche punizione imperiale, per cui nella Satira IV si mette a parlare delle scelleratezze di Domiziano, che è un po’ come se domani Crozza ricominciasse come le imitazioni di Andreotti. Immaginate che allegria.


Quindi, se di politica non si può, di cosa può parlare il nostro Giovenale? Qui c’è il colpo di genio: non potendo prendersela con i potenti, il poeta fa emergere il vecchietto rancoroso che è in lui e spara a zero sulle fasce più deboli della popolazione. 
Il poeta non risparmia nessuno, vuoi perché fare satira senza politica è come paracadutare un vegetariano alla sagra della salsiccia di cinghiale, vuoi perché di suo non sopportava proprio nessuno, ma i suoi bersagli preferiti sono le donne e gli omosessuali. Se fosse vissuto un po’ di più se la sarebbe presa anche con i drogati, i panda, l’emù e altre specie in via d’estinzione.

   
A voler essere sinceri non è che Giovenale fosse misogino e omofobo in tutto e per tutto. Se la prende con queste due categorie perché, secondo lui, sono rappresentative del livello di degrado che aveva raggiunto la società Romana dell’epoca. Tuttavia non mi sento di escludere a priori che alla visione di una puntata di Xena - La principessa guerriera avrebbe potuto esclamare:

«Vabbè, è tutto molto bello. Ma quand’è che iniziano a cucinare, ’ste due?»

Il nostro caro Giovenale dedica alle donne una sola satira, la VI, ma per descrivere il gentil sesso dell’epoca impiega la bellezza di 661 versi, che potrebbero essere tranquillamente riassunti nella frase:

«Le donne devono stare a casa e fare la calza»

Alla faccia delle quote rosa.

Giovenale non sopporta le donne quando:
  • Si interessano di politica
  • Si interessano solo di cosmetici
  • Sono troppo intellettuali
  • Sono troppo superficiali
  • Sono di facili costumi
  • Sono -secondo lui- finte pudiche

Insomma non le sopporta e basta.

Diverso è il caso degli omosessuali, Giovenale li distingue in due categorie:
  1. Quelli che non riescono a nascondere la propria natura
  2. Quelli che di giorno fanno i moralizzatori e la notte vanno a trans (ok, sto un po’ parafrasando)

Siamo chiari: il poeta, da buon vecchietto rancoroso, è omofobo, ma mentre “tollera” la prima categoria, per la seconda nutre un odio particolare perché li considera ipocriti. A questo punto ci si potrebbe domandare come avrebbe considerato quelli che: «la famiglia è sacra» e nel frattempo hanno divorziato sei volte.

Per rappresentarvi le categorie con cui Giovenale se la prende, direttamente dalla mia tesina di maturità vi propongo quello che amorevolmente chiamai il diagramma dell’odio:



Inutile dirvi che l’esame non andò come speravo.

Ora, giustamente il lettore e lo studente medio potrebbero chiedersi: «Ma a sto punto mi studio mio nonno e faccio prima». Prima di vivisezionare i vostri parenti però bisogna considerare che Giovenale, sebbene pieno di bile come il vostro avo, non le spara a casaccio, ma scrive delle Satire che, volenti o nolenti, sono pagine immortali della letteratura. Tanto per fare un esempio: avete presente i motti panem et circenses e mens sana in corpore sano? Secondo voi chi li ha scritti, mio nonno o Giovenale?

Non sto qui a menarvela con la storia dell’indignatio, ma lasciatemi dire che Giovenale ce l’ha con tutti perché la vita è non è stata generosa con lui. Orazio la faceva facile dicendo: carpe diem, alle spalle aveva Augusto che lo proteggeva, invece il nostro poeta ha vissuto nella paura costante che lo mandassero in esilio (e secondo alcune fonti, non attendibilissime, c’è anche stato).
D’accordo non sarà stato il massimo del politicamente corretto, ma i tempi erano quelli che erano, e poi a ben vedere ancora oggi abbiamo difficoltà ad affrontare certi argomenti con serenità.


Ma soprattutto Giovenale merita la nostra incondizionata stima perché, a differenza dei nostri nonni, quando si indignava lo faceva in maniera elegante, mica bestemmiava in sanscrito.



N.B.
Nessun vecchietto è stato maltrattato durante la stesura di questo post.

mercoledì 13 febbraio 2013

Tutorial: Come ti divento insegnante


Premetto subito: questo è un OT. Per mia nonna che mi segue con affetto dal suo IPad, OT significa Off Topic, cioè questo post non è conforme alle regole del blog, ma dato che sono l’unico a scriverci: chissenefrega (ma vi prometto che dalla prossima volta tornerò a parlare di Letteratura in senso stretto).

Visto che ultimamente si fanno tutorial su tutto, dalla torta di mele alla bomba a neutroni (tra l’altro il procedimento è abbastanza simile), quest’oggi voglio illuminarvi su come si diventa insegnanti.
Lo so che può sembrare strano, ma l’iter preciso l’ho scoperto solo la settimana scorsa, in un attacco di lucidità improvvisa, ma che fortunatamente si è subito dileguato.


Chi ha intenzione di diventare insegnante normalmente crede che basti iscriversi all’università, laurearsi, fare un po’ di pratica privatamente, quei ventiquattro/venticinque anni di supplenze… et voilà a settantacinque anni, senza che nemmeno ve ne siate accorti, siete diventati insegnanti di ruolo e potrete fare progetti per il futuro, sempre che l’artrite reumatoide ve lo permetta.
Semplice, semplice, no?


Invece non è semplice proprio per niente. La procedura corretta è custodita peggio dell’antico vaso dell’Amaro Montenegro. La leggenda narra che sia scritta su una pergamena fatta di pelle di insegnanti di sostegno, vergata per mano dell’ex ministro Fioroni con sangue di supplenti e sapientemente occultata in un tunnel segretissimo sotto il Gran Sasso, che collega l’Abruzzo alla Svizzera, la cui esistenza è stata rivelata solamente poco tempo fa dalla Gelmini.

Stavo per desistere ma, proprio mentre cercavo di fare un efficientissimo aeroplanino con la mia pergamena di laurea (fare lo scientifico mi è servito a qualcosa), mi è venuta un’illuminazione: «E se chiedo al sindacato?».
Per ovvie ragioni non dirò a quale sindacato mi sono rivolto, anche perché senza un particolare tipo di navigatore satellitare attualmente in dotazione alla NATO difficilmente potrete trovarlo. Dopo aver percorso una decina di volte la strada che mi era stata indicata, finalmente lo trovo: un palazzone in cui ci sono le sedi di varie associazioni.


Una volta entrato nell’androne mi dirigo sicuro verso l’ascensore e, mentre inveisco contro una divinità assiro-babilonese perché non riesco ad aprirlo, mi si avvicina una vecchina dolce, di quelle simpatiche e affabili come un principio di emorroidi il giorno in cui hai deciso di andare al maneggio.
«Guardi, che l’ascensore è solo per i condomini. Ci vuole la chiave per aprirlo»
«Ah, mi sa dire a che piano si trova il sindacato XXX?»
«Undicesimo».


Appena ripresomi dalla svenimento provocato dalla notizia che la gentile vecchietta mi aveva dato non senza un pizzico di malcelato sadismo, ho cominciato a salire le scale.
Ora, non so se abbiate presente cosa significhi salire fino all’undicesimo piano di un palazzo, vi dico solo che nel tragitto ho incontrato due Autogrill e all’altezza del sesto piano un signore ha cominciato a seguirmi e a battere le mani, incoraggiandomi come si fa con i corridori al Giro d’Italia.

Raggiunto l’undicesimo piano vedo due porte separate solo dall’ascensore maledetto: una era quella del sindacato, l’altra di una delegazione di Confindustria.

Provenendo da un’educazione di tipo classicista, ed essendo perciò abituato a trarre gli auspici dalle stelle, dal volo degli uccelli e da varie frattaglie di animali, non prendo come buon segno il fatto che dalla porta di Confindustria si sentano risate e persino una musichetta, mentre quella del sindacato giace sotto un silenzio tombale.

Prendendo il coraggio a due mani finalmente entro, vorrei dire «Permesso?» con un certo contegno, ma dato che soffro d’asma dopo undici piani sembro Darth Vader di Star Wars.

Ad accogliermi trovo un simpatico sindacalista con la tipica faccia dello schiavo egiziano costretto a portare i massi per la costruzione della Piramide di Cheope, sintomo inequivocabile degli anni di angherie subite dalla burocrazia. Mi fa accomodare alla scrivania.

Sindacalista: «Allora, in cosa posso esserle utile?»
Io: «Sono un neolaureato e vorrei sapere come si diventa insegnanti»
S: «…»
Io: «Ehmm»
S: «…»
Io: «(Colpo di tosse)»
S: «…»
Io: «(Mi guardo intorno)»
S: «…»


Adesso, l’ostinato silenzio del sindacalista e il suo stato di trance apparente potevano essere interpretati in due modi:
  1. Evidentemente fa parte anche lui del complotto e vuole mantenere il segreto del tunnel del Gran Sasso
  2. Sta ripensando al fatto che a quarantacinque anni è ancora costretto a fare le supplenze in un paesino del Molise che deve raggiungere a dorso di mulo cinque giorni a settimana, mentre suo cugino architetto vive a Los Angeles con una modella brasiliana

Non so perché, ma credo che il pensiero prevalente fosse il secondo.

A un certo punto finalmente decide di rompere il silenzio e mi risponde serafico:

«Appena esce il concorso fallo»
«Si, ma non ho fatto il TFA»
«Fallo lo stesso, tanto poi si fa ricorso»

Per chi avesse poca dimestichezza in fatto di concorsi pubblici, cerco di spiegare quel poco che ho capito:

  • Il Ministero ha indetto il famoso Concorsone che avrebbe dovuto dare una cattedra a dodicimila insegnanti abilitati
  • Gli insegnanti non abilitati e i neolaureati hanno fatto ricorso perché, essendo un concorso pubblico, non dovrebbe escludere solo in base ad un’abilitazione persone che hanno lo stesso titolo di studio (ma stiamo parlando in linea teorica)
  • A questo si aggiunge che invece di fare il concorso bastava assumere i precari della scuola, senza contare che ci sono persone che hanno vinto il precedente concorso del 1999 e ancora devono vedersi assegnata la cattedra


Se state pensando «Evvai, mo faccio il concorso senza TFA», smorzate subito l’entusiasmo: potete essere dei geni quanto volete, ma senza i punti supplementari (la definizione è mia) non riuscirete a passare nessun concorso.  
Come si acquisiscono questi punti?

  • Facendo dei master: prezzo di partenza 1000 euro, fino a 22.000 euro (gli zeri sono giusti, avete capito bene). Danno diritto a sei punti
  • Corsi di perfezionamento: costano qualche centinaio di euro, ma danno diritto solo a tre punti
  • Esperienza: ogni 180 giorni di insegnamento in una scuola danno diritto alla bellezza di dodici punti

Chiariamo ora un po’ di cose: master e corsi di perfezionamento sono per lo più erogati da privati (ma và?), spesso anche quando sono sotto il patrocinio di un Ateneo (ma ri-và?).

L’esperienza è fondamentale, ci sono diversi modi per farsi assumere da una scuola privata:

  • Presentare la MAD (Messa a disposizione) un modulo in cui ci si mette a disposizione della scuola indicando la classe di insegnamento. Il problema è che spesso anche le scuole private preferiscono attingere dalle graduatorie, quindi quello delle MAD è un sistema che porta benefici solamente al vostro psicoterapeuta (non ce l’avete ancora? Ce l’avrete, ce l’avrete…)
  • Aspettare che si aprano le graduatorie di istituto (le prossime sono previste per il 2014), ma anche nel caso riusciste a rientrare in graduatoria avrete il posto assicurato solo per tre anni
  • Lavorare GRATIS. Curiosamente le scuole private quando sentono che pur di fare punteggio siete disposti a lavorare gratis vi spalancano le porte, vi abbracciano, aprono lo spumante, uccidono il vitello grasso per il figliol prodigo. Così in cambio dei dodici punti dovrete lavorare almeno 180 giorni e a fine mese firmare una busta paga di 1200-1300 euro, di cui però non vedrete mai un centesimo, con forti conseguenze per il vostro fegato che si ingrosserà come la camera d’aria di un trattore

In verità ci sarebbe un terzo metodo: Lavorare PAGANDO. Se siete fortunati la scuola privata vi farà pagare solo i contributi (30-40 euro mensili), altrimenti vi farà pagare anche il “servizio” che vi offre (i dodici punti) e qui la tariffa varia da 150 a 200 euro mensili (parlo per esperienza personale). Questo “servizio” che da noi è ampiamente condiviso e apprezzato, in altri Paesi ha un nome specifico: peculato. 

Giusto per dare a questo post l'aspetto di un vero tutorial, faccio una breve ricapitolazione, e allora:





La mia reazione una volta acquisite queste informazioni è stata di vivo sgomento e per non cadere nel triviale vi propongo la versione edulcorata del successivo scambio di battute fra me e il sindacalista:

Io: «Perbacco! Bisogna essere ben birichini per mettere in essere siffatte regole»

Sindacalista: «Talvolta chi legifera non lo fa con la sede dell’intelletto, ma con organi che presiedono a ben altre funzioni. È per evitare simili inconvenienti che in alcune religioni praticano la circoncisione»


Inutile dirvi che dalla sede del sindacato sono uscito che somigliavo anch’io a uno schiavo egiziano addetto alla Piramide di Cheope. La mia faccia era talmente sconsolata che il signore del Giro d’Italia, mentre scendevo le scale, ha cominciato a farmi pat-pat sulla spalla.


A questo punto della narrazione ci starebbe bene il colpo di scena, la trovata geniale, ma da quello che ho capito la stanno aspettando tutti gli aspiranti insegnanti.
L’unica cosa che possiamo sperare è che Chuck Norris abbia un figlio laureato in filosofia del linguaggio all’Università di Cassino e si decida una buona volta a far saltare quel maledetto tunnel sotto il Gran Sasso.


Nel prossimo post torno a parlare di Letteratura. Mi sa che è meglio.