mercoledì 19 novembre 2014

TFA 2014: Odissea nell'ospizio



C’è stato un momento nella nostra storia in cui la televisione non era piena di sedicenni incinte e culturisti che scoppiano a piangere perché non gli è venuta bene la crème brûlé. No, c’è stato un momento in cui la televisione aveva davvero un ruolo educativo, ti insegnava i veri valori come l’amicizia, la solidarietà, l’affrontare le difficoltà. Insomma, ti insegnava quanto può essere dura, ingiusta e spietata la vita. Sto parlando della televisione che trasmetteva Giochi senza frontiere.

Per chi conosce a memoria i nomi di tutti i Pokémon ma non ha la minima idea di chi diavolo sia Ataru Moroboshi, cerco di sintetizzare (ma comunque vergognatevi e colmate la lacuna su Wikipedia).
Giochi senza frontiere era un simpatico programma televisivo che tutte le estati andava in onda su Rai1. La particolarità del format consisteva nel fatto che vi partecipavano squadre provenienti da tutta Europa. Ma proprio tutta: Francia, Spagna, Italia, Germania, Malta, Andorra, Belgio… praticamente era l’unica occasione per noi bambini, cresciuti a cavallo fra gli anni 80 e 90, per dire: «Uuuuuh, mamma guarda: un sammarinese!», additando il televisore come se avessimo visto l’ultimo esemplare di bonobo vivente sulla faccia della Terra.
Tuttavia il vero punto di forza del programma era un malcelato sadismo nelle prove: potevi vedere stimati ingegneri di Pordenone vestiti da birilli cadere inesorabilmente sotto i colpi di palle da bowling di gommapiuma da 350 kg; fisici nucleari di Francoforte cercare di espugnare a colpi di ariete castelli medievali rosa shocking; prestigiosi architetti danesi portare in bocca decine di palline di plastica da un capo all’altro di una piscina che nemmeno a un raduno di sadomasochisti. 
Cose così, per capirci.

Ecco, questo ha insegnato a noi trentenni (o giù di lì) la televisione. E sinceramente credevo che tutti questi valori fossero andati definitivamente perduti, che le nuove generazioni non sarebbero mai state temprate dal finto acciaio delle spade di gommapiuma della squadra olandese.
Evidentemente questa preoccupazione ce l’hanno avuta anche al Ministero della Pubblica Istruzione, per questo, per il nostro sommo bene, hanno ideato una speciale edizione di Giochi senza frontiere per aspiranti insegnanti ma, dato che il nome era già registrato, hanno deciso di chiamarla TFA.

Per chi non avesse letto questo post (i consigli per gli acquisti sono un’altra cosa che ci hanno insegnato i gloriosi anni 80), vi riassumo in pochi punti cos’è che bisogna fare per diventare un insegnante:


  1. Prendere la laurea triennale
  2. Riprendersi dallo shock provocato dalla notizia che la laurea triennale ha lo stesso valore legale di un pacco di rotoloni Regina
  3. Prendere una laurea magistrale
  4. Riprendersi dallo shock provocato dalla notizia che la laurea magistrale può fare per la tua situazione lavorativa quello che Gasparri ha fatto per la cultura
  5. Abilitarsi tramite TFA
  6. Vincere un concorso
  7.  Sperare che un collega più anziano ceda all’ineluttabilità della natura e lasci un posto vacante

Ovviamente in questo post ci concentreremo sul punto 5.

Come tutti i laureati in Materie-Che-Non-Consentono-Di-Aprire-Uno-Studio-Privato-E-Fare-Fatture-False (facoltà associata a quella di Se-Mi-Chiede-La-Fattura-Non-Le-Posso-Fare-Lo-Sconto), anch’io ho tentato la carta del TFA.
Superata la prova preselettiva, che consiste nel mettere crocette a casaccio come le scimmie che la NASA mandava in orbita negli anni '50, si arriva alla prova scritta. «E poi sei abilitato?» chiederete voi. Ma nemmeno per sogno! Se si supera la prova scritta c’è un orale, che consiste nella discussione della prova scritta, più una serie di domande che vengono estratte a sorteggio da un cilindro magico che metterebbe in imbarazzo pure Silvan. «E poi sei abilitato?». No, perché dopo aver superato l’orale bisogna seguire un corso universitario di un anno. «A questo punto però sei abilitato!». No, miei piccoli ingenuotti, perché bisogna anche svolgere un tirocinio di diverse centinaia di ore, da far conciliare con il lavoro di tessitore di tappeti in Indonesia che nel frattempo avete trovato per pagare i 2500 euro di tasse per il TFA (avevo dimenticato di dire che non è gratis, nevvero?).
Ecco, dopo aver superato tutto ciò, ora sì, siete abilitati.
Tecnicamente TFA sarebbe l’acronimo di Tirocinio Formativo Attivo, ma da alcuni documenti segreti trovati nei sotterranei del Ministero sembrerebbe che l’esatta dicitura sia: Tortura a Fini Antropologici.
E io ne ho le prove.

La mia prova scritta si è svolta in piena emergenza maltempo, in una città e in un’università che eviterò accuratamente di menzionare ma che d’ora in poi, per ovvie ragioni, chiamerò come il più celebre flop di Kevin Costner: Waterworld, il cui successo spiega come mai uno che ha vinto l'Oscar si sia ridotto ad aprire scatolette di tonno a pranzo.  Ebbene, mentre in tutta Italia gli Atenei rimanevano chiusi per la presenza di gondolieri e moto d’acqua nelle aule, a Waterworld si proseguiva normalmente con lo svolgimento del TFA. Tale scelta ovviamente riflette il fatto che il primo criterio di selezione adottato dal Rettore è stato su base biblica: «i sopravvissuti al diluvio avranno diritto a fare la prova». Questa parte dovreste leggerla con la stessa voce di Charlton Heston nei Dieci Comandamenti.
Parcheggiato comodamente il mio pedalò, entro in aula e mi guardo attorno per valutare la situazione: Lourdes in alta stagione. 
Attorno a me, contrariamente alle aspettative, vedo orde di quarantenni e cinquantenni che, dopo decenni di supplenze fatte per lo più in uno sperduto paesino della Basilicata raggiungibile facendosi tranquillamente paracadutare da un cargo militare, devono pure dimostrare che in fin dei conti sanno insegnare. «Ma c’erano pure i giovani?». Sì, c’erano ma è stato difficile individuarli.
Mi spiego.

La nuova tendenza del giovane laureato in Lettere è farsi crescere una bella barba ispida. Non tipo George Clooney, stiamo parlando di una cosa più sul genere ZZ Top.
Da quello che ho capito, la barba non ha una funzione di protesta sociale, come poteva avvenire nel ’68, è più che altro un antistress da accarezzare mentre si disquisisce amabilmente sulla metalepsi o altre figure retoriche che nessun autore mentalmente stabile inserirebbe in un manuale. Peccato che proprio quella mattina avevo deciso di dare una scossa al mio look da DDD (Dipendente Da Divano) e mi ero fatto la barba.
Mentre ero lì che mi accarezzavo i peli delle ascelle per non essere da meno ai miei colleghi, entrano in aula i commissari di Waterworld che cominciano a farci fare una serie di operazioni degne del miglior Dj Francesco ai tempi della Canzone del Capitano:
  • «Uscite tutti»
  • «Rientrate tutti per riprendervi dizionari e giacche»
  • «Riuscite tutti»
  • «Rientrate tutti ma facendoci vedere la carta d’identità»
  • «State in fila nell’attesa che vi facciamo il secondo riconoscimento»
  • «Non sedetevi mentre aspettate il riconoscimento»
  • «Andate alla cattedra e fatevi riconoscere prendendo fogli e buste varie»

Il tutto mentre in lontananza si sentiva la musica del Gioca Jouer.

Dopo aver messo una «mano alla cintura» e fatto un «movimento sexy», sempre per non sentirmi il solito inadeguato, prendo posto. Ora, dovete sapere che sono un tipo abbastanza ansioso, ma non ansioso del genere: «Secondo te uscirà Leopardi? Perché su Leopardi sono preparato. E se invece esce Ungaretti? Speriamo di no, perché Ungaretti l’ho studiato però non sono ferratissimo perché…», il genere insomma che tu abbatteresti con una fucilata in mezzo agli applausi delle altre persone che non hanno avuto la tua stessa prontezza di spirito. No, io sono il genere di ansioso pacifico, quello che: «Per cortesia, già sto in ansia, parliamo pure della riproduzione dei pinguini in Antartide, basta che non mi metti altra agitazione addosso con l’uso del metaplasmo di coniugazione nella poesia del Duecento».
Ebbene, chi mi capita proprio dietro la nuca? Una Lholetto. Il/la Lholetto è il peggior nemico dell’ansioso pacifico perché gli trasmette un colossale senso di inadeguatezza. L’habitat naturale di questa simpatica creature sono le aule universitarie, le sale d’aspetto del medico, le sale d’attesa degli aeroporti… praticamente ovunque ci sia gente ansiosa. Il Lholetto deve il suo nome al fastidioso intercalare «Ah sì, l’ho letto». In pratica è la versione biologica dell’Enciclopedia Treccani: qualsiasi cosa gli/le si domandi, dalla fabbricazione dei sommergibili atomici sovietici classe Tifone fino al nome del nuovo tronista di Uomini e Donne, lui/lei ti dirà di averlo letto (sempre per caso e di sfuggita) proprio ieri. Peccato che nella stragrande maggioranza dei casi le affermazioni del/della Lholetto non siano assolutamente verificabili e manchino di qualsiasi base scientifica.
Insomma, me ne stavo lì tranquillo a contemplare le mie mani sudaticce, quando sento la Lholetto commentare: «Speriamo bene, perché ho sentito che in un’altra università qualche giorno fa hanno chiesto: l’analisi del testo di una poesia di uno scrittore mozambicano in letteratura; la cronologia dei regnanti lapponi in storia; e i flussi migratori dei Tuareg in geografia». Ho dovuto fare appello a tutto il mio spirito pacifista per trattenermi dall’eliminare con un colpo di machete sapientemente assestato una pericolosa terrorista che divulgava notizie false e tendenziose (ma potrebbe essere anche stata la casualità di non aver messo un machete nella borsa).

Comunque sia, una volta che tutti hanno preso posto, viene mandato un addetto a fare le fotocopie dei testi della prova per tutti. Non lo vedremo per le successive due ore.
Approfittando di questa pausa prima dell’inizio, i commissari di Waterworld, per guadagnare tempo, cominciano a dare informazioni sulle modalità di svolgimento della prova, del corso, sui pagamenti, sulle materie che verranno affrontate nel corso del TFA, sugli orari degli autobus per raggiungere l’università, sulla crisi economica, sulla situazione mediorientale… da un momento all’altro ci si aspetta che entrino dei nani sui monocicli per intrattenerci. L’attesa è snervante, tanto che a un certo punto da una delle file più periferiche si alza un ragazzo dall’apparente età di 12 anni (che vi credete, mica solo a matematica ci sono i geni?) che, con un’umiltà pari solo a quella di Vittorio Sgarbi, sbotta: «Professoressa mi scusi, si può sapere che fine hanno fatto le fotocopie? Non sono mica qui a perdere tempo!». 

Superato questo toccante momento di cruda poesia, finalmente arrivano le tracce: Montale per la lirica e un semisconosciuto autore della Scapigliatura per la prosa (se vi scrivo il nome capite dove si trova Waterworld). La logica, il buon senso e pure mio padre che mi ha pagato le tasse universitarie, imporrebbero che avessi scelto Montale. E invece no.
Potrei dirvi che l’ho fatto perché ero l’unico nel raggio di 2000 km quadrati a conoscere quel brano, potrei dirvi che l’ho fatto perché amo le sfide, potrei dirvi che l’ho fatto per protesta. Ma semplicemente l’ho fatto perché ero l’unico cretino ad aver dimenticato il dizionario e non avevo la minima idea di cosa diavolo fossero sti émbrici di Montale che volavano per tutta la poesia. Per cui mi è toccato analizzare un brano di cui non sapevo assolutamente nulla con la costante sensazione di scrivere solamente fuffa. Inutile dirvi che, con questi presupposti, la soddisfazione più grande è stata quella di riempire la bellezza di due fogli protocollo. Fuffa, ma almeno abbondante.

Giunti a questo punto, vi dovrei dire come è andata, ma la verità è che al momento non ne ho la minima idea. Ovviamente spero che sia andato tutto per il meglio, tuttavia, nel dubbio ho già preparato la valigia. 
Mi hanno detto che in Olanda ci sono un mucchio castelli rosa shocking da espugnare.

P.S.
State tranquilli, dalla prossima volta torno a parlare di Letteratura. Mica è il blog di Selvaggia Lucarelli.